Dateci libertà di impresa. Intervista a Raffaello Vignali, presidente di Compagnia delle Opere
Domanda. La nascita del Pd e del Pdl è una bella novità?
Risposta. Vedo di buon occhio il fatto che si vada verso due partiti grandi. Questo contribuisce a rendere più chiare le posizioni.
Ci auguriamo che possa anche essere la premessa per mettere in campo riforme condivise, quelle grandi riforme che vengono chieste a gran voce anche dalla gente comune, come dimostra il rapporto della Fondazione per la Sussidiarietà sul tema “Sussidiarietà e riforme istituzionali”.
D. Nell’editoriale della vostra rivista, parlate della necessità di una «tensione alla verità» anche nella politica. Non le sembra un tema illecito in campagna elettorale?
R. La politica, come forma più alta di cultura, non può che porsi la domanda su cos’è l’uomo. Occorre chiedersi se l’uomo, come ritiene tanta parte della sinistra, è soltanto portatore di diritti o se l’uomo è tensione alla verità in tutto quello che fa.
D. Il tema della verità riguarda anche la questione della vita che sta tenendo banco.
R. Non riguarda soltanto argomenti come la vita ma investe anche tutto il resto. Per esempio, lo Stato deve valorizzare chi fa impresa perché lì c’è un valore che va ben al di là della ricerca del profitto che comunque è una condizione necessaria, ma non sufficiente.
D. Ma lei come vede la lista pro-life di Giuliano Ferrara?
R. Io stimo Ferrara e le proposte che fa dal suo giornale che “obbligano” ad allargare la ragione e ad impegnare la propria libertà. Trovo molto intelligente l’idea della moratoria internazionale, come per la pena di morte; è un’iniziativa che condivido in modo assoluto e che ha avuto anche il grandissimo merito di aprire un dibattito culturale di ampio respiro su cosa è l’uomo. Mi chiedo però se al lista pro-life non rischi di togliere efficacia a tutto questo lavoro.
D. La sottoscrizione per la rappresentanza politica con l’introduzione delle primarie o della preferenza a seconda del sistema di voto è una battaglia persa per sempre?
R. No, anche se alla fine ci hanno lasciato soli. Per quanto mi risulta, infatti, nessuno dei
partiti durante gli incontri che si sono fatti per sondare la possibilità di dare una nuova
legge elettorale ha mai chiesto l’introduzione delle preferenze e delle primarie che invece gli elettori a grande maggioranza vorrebbero.
La vera forza della politica sta in una forma di rappresentanza reale della persona e della società. E quando si distacca da persona e società si indebolisce.
D. E’ un attacco alla politica in sé?
R: Non ci siamo mai uniti al coro dell’antipolitica. Anzi, vorremmo una politica forte. Ma non è da lì che gli uomini possono aspettarsi il cambiamento. Non è la politica che salva l’uomo.
D. Che cosa allora?
R. La tensione al Bene. La ricerca del senso di tutto in ciò che si fa. Faccio un esempio: spesso si dice che nel secondo dopoguerra l’Italia sia ripartita perché “aveva fame”. Può anche essere, ma non basta. Non si fa un miracolo industriale perché si vuole passare dalla povertà al benessere. Tutti quelli che in quella situazione hanno creato nuove imprese, nuovi posti di lavoro che non esistevano, rispondevano a una tensione che avevano dentro, di cui la “fame” e il giusto desiderio di un benessere spiegano solo una piccola parte.
Anche oggi continua a succedere la stessa cosa, e in Compagnia delle Opere assistiamo tutti i giorni a questo spettacolo di gratuità nell’impresa. La speranza non può che venire dal riconoscere il positivo che già c’è. Giusto denunciare la spazzatura nelle strade di Napoli. Ma nel Rione Sanità, alcuni amici, tra cui anche persone che hanno fatto carriera, hanno realizzato uno splendida risposta che viene dal basso: una cooperativa che dà lavoro e speranza al quartiere.
D. Vale anche per i politici?
R. Certamente. Credo ad esempio che quanto successo in questi anni in Lombardia sotto la presidenza di Formigoni possa essere indicato come un modello di sussidiarietà e buon governo a cui Roma dovrebbe guardare.
Sì, perché In tanti casi basta osservare la realtà per convincersi delle scelte politiche da fare. Sulle politiche fiscali basterebbe osservare il caso dell’Irlanda. Quando qualcuno ha il dubbio che tagliare le tasse significa meno entrate, pensi che lì la tassazione è passata dal 50 al 12,5%, provocando la riduzione del tasso record di disoccupazione dal 16 al 3%, l’abbassamento della criminalità e ottenendo anche entrate triplicate per l’Erario.
E ancora: il caso Bangalore, la regione dell’India divenuta in 15 anni il maggiore esportatore di software al mondo, tanto da importare cervelli dagli Usa. In tanti dicono che il valore aggiunto è stato il capitale umano, ma questo non basta a spiegare. I cervelli c’erano anche prima, solo che emigravano. Il mercato è esploso quando lo Stato ha smesso di ostacolare l’impresa e ha eliminato tutte le barriere che impedivano il fare impresa.
D. Dal vostro punto di osservazione come vede la situazione delle pmi?
R. Sta emergendo un fenomeno preoccupante: mai come ora sentiamo tanti imprenditori stanchi di lottare contro un sistema che appesantisce con mille zavorre l’intrapresa. Tanti ci dicono che stanno pensando di mollare tutto o di andare all’estero. E’ un brutto segnale. I nostri imprenditori hanno saputo reagire all’offensiva dell’est Europa e della Cina, uscendone addirittura rafforzati e più competitivi. Ma in quel caso si trattava di tirare fuori il meglio di sé; se invece comincia a diffondersi la delusione e lo sconforto, la situazione è preoccupante.
D. E’ una situazione su cui si può ancora intervenire?
R. Certamente, perché il nostro popolo ha in sé una capacità straordinaria di muoversi, proprio perché alla base di ogni impresa c’è un impeto ideale che non può essere soffocato del tutto.
Occorrerebbe però che la politica riconoscesse il valore del fare impresa, mentre troppo spesso c’è una visione che colpevolizza a priori l’imprenditore come un potenziale truffatore. Da questa concezione sono nate politiche fiscali che hanno penalizzato soprattutto le piccole imprese e hanno tolto risorse all’innovazione. A perderci sono tutti quanti. Sono le imprese che fanno il Pil.
D. Lo slogan che vi ha contraddistinto in passato: “Più società, meno stato” secondo lei vale ancora?
R. Più che mai. Lo Stato è un padrone che concede, autorizza, permette oppure è uno strumento a servizio della società e del bene comune? Noi siamo per questa seconda ipotesi.
Siamo per uno Stato che valorizza l’iniziativa delle persone e dei corpi sociali, non uno Stato che si vuole sostituire in modo assistenzialistico.
D. Un esempio?
R. Per esempio il piano sugli asili nido previsto dal programma dell’Unione. I risultati non si sono visti, mentre in due anni Cdo in collaborazione con Confcooperative, Legacoop e Banca Intesa ne ha realizzati 250.